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lunedì 14 agosto 2017

La libertà di opinione nell'era dell'informazione: il caso James Damore

L'ingegnere licenziato per aver espresso un'opinione
James Damore è un ingegnere. Ingegnere del software, per la precisione. Magro, dinoccolato, l’aria un po’ goffa, già nell’aspetto rievoca l’archetipo del nerd à la Big Bang Theory.

E come i personaggi del celebre telefilm, Damore ha talento: laureato ad Harvard e poi ricercatore, nel 2013 a soli 24 anni ottiene un impiego presso il maggiore colosso del settore IT: Google.

James Damore ha anche delle idee, come tutti noi, sulla società in cui vive, sulla politica, sul suo luogo di lavoro. E come tutti sente il bisogno di esprimerle. Nel suo caso, utilizzando la rete interna anonima che la società mette a disposizione dei “Googlers” (così il colosso della Silicon Valley chiama i suoi dipendenti) proprio per discutere degli argomenti più disparati. Il ragazzo pubblica un documento di 10 pagine, qui in versione completa, in cui sottolinea quelli che a suo avviso sono errori commessi da Google nell’affrontare i temi dell’inclusione e della diversità.
Il documento solleva subito un vespaio di polemiche ed in qualche modo l’anonimato che proteggeva l’autore cade.

Pochi giorni dopo, James Damore viene licenziato.

Cosa aveva scritto il giovane di così grave da costargli il lavoro? Qualche anima bella, anche nostrana, ha parlato di teorie “sessiste”, “discriminatorie” o addirittura, con tanto di apposito neologismo, “tecno-misogine”. A leggere il documento però, si direbbe tutt'altro.

Il giovane si focalizza principalmente su un fenomeno che definisce Camera dell'Eco ideologica, a suo avviso particolarmente presente nel suo (ex) luogo di lavoro, che impedirebbe un dibattito veramente aperto e plurale e finirebbe per danneggiare la stessa compagnia. In breve la politica aziendale di Google tenderebbe ad incoraggiare e rafforzare un set di idee considerate sacre ("monocultura politicamente corretta", secondo la definizione di Damore), scoraggiando tramite ridicolizzazione ed umiliazione ogni punto di vista diverso da quello ufficiale. La mancanza di un vero dibattito con argomenti plurali su alcuni temi favorirebbe l'assunzione di posizioni sempre più estreme ed autoritarie.
L'esatto contrario del concetto di diversità.

Cosa c'entra il sessismo con questo? Per sostenere la sua tesi, l'ingegnere afferma che le politiche di Google per incoraggiare l'impiego femminile soffrono dello stesso errore iniziale: l'azienda parte dal presupposto che la minore rappresentanza di donne in alcuni ambiti sia dovuta esclusivamente a discriminazione di genere, e si rifiuta di considerare anche solo l'esistenza di possibili altre cause concorrenti.
Stesso discorso sul tema delle minoranze etniche: in assenza di un vero dibattito con posizioni diversificate, prevale la tesi più estrema tra quelle considerate "lecite" (la minore presenza di neri e ispanici nell'azienda deriva esclusivamente da discriminazione) e la soluzione più autoritaria (attuare politiche di discriminazione verso i bianchi nelle nuove assunzioni per avvantaggiare le altre etnie).

Non mi interessa commentare le tesi di Damore sulle differenze biologiche tra uomini e donne, ma trovo molto interessante il fatto che, nel rifiutare anche solo di controargomentare il suo documento (leggetevi la lettera inviata ai dipendenti googlers dalla "Vicepresidente per la Diversità, Integrità e Governance" di Google) e nell'immediato licenziamento, l'azienda abbia di fatto dato ragione al ragazzo. Google sembra davvero essere rinchiusa in una Camera dell'Eco ideologica per cui su alcuni temi continua a ripetere le stesse parole d'ordine e non riesce a reagire a messaggi divergenti se non con il rifiuto di dibattere, lo screditamento e la pura e semplice repressione.

Risultati della 1a pagina di Google Notizie del 14/08 con ricerca "james damore". Casualmente, lo spregiativo "sessista" associato all'ingegnere o al suo documento ricorre con una certa frequenza...
A mio avviso questo pregiudizio, che parrebbe insito nell'azienda che monopolizza di fatto il traffico delle ricerche su internet, pone gravi questioni di pluralismo dell'informazione e, in definitiva, di democrazia. Google infatti ha il potere di gestire l'accesso all'informazione: i suoi algoritmi setacciano l'immensità di contenuti presente nel web e restituiscono quelli che - secondo Google stessa - sono i più adatti a rispondere a determinate richieste degli utenti, ordinandoli secondo criteri di rilevanza che, ancora una volta, sono decisi da Google.

Se una minoranza di utenti di internet è attrezzata culturalmente per approfondire le proprie ricerche e risalire a fonti variegate e plurali, la stragrande maggioranza si affida a ciò che Google decide in sua vece (è risaputo che circa il 90% delle ricerche effettuate si ferma solo ai risultati presenti in prima pagina). Ѐ attraverso le lenti di Google che moltissime persone si formano un'opinione sui temi più svariati. Se l'azienda fosse viziata già nella propria struttura interna dalla Camera dell'eco ideologica, come potrebbe essere in grado di garantire imparzialità e completezza nei risultati che fornisce agli utenti?

Cosa garantisce i milioni di persone che quotidianamente utilizzano il motore di ricerca che ciò che appare sui loro schermi sia davvero una panoramica oggettiva sul tema che interessa loro, e non piuttosto una visione parziale e distorta dagli stessi pregiudizi dello strumento che stanno usando?

venerdì 21 agosto 2015

Di caporalato, riforma del lavoro e altri piccoli orrori

Fantastico come in questo periodo di turbolente trasformazioni sociali capiti spesso di imbattersi in macroscopici controsensi sbattuti in faccia all'opinione pubblica come se niente fosse. Quasi si trattasse di verifiche sul grado di assuefazione dei cittadini ad una "informazione" da consumare sempre più velocemente, sopprimendo le capacità di ragionamento e collegamento tra i fatti e puntando tutto su rapide risposte emotive, per lo più di indignazione, da spostare di volta in volta sul tema ritenuto più utile.

Ad esempio aprendo la home page de La Repubblica di ieri ci si trovava davanti a questo:


Guardate con attenzione questa schermata; al netto della fuffa da giornale di fine agosto le notizie principali sono tre:

- Le dichiarazioni del ministro dell'agricoltura Martina sul caporalato;
- Le parole del Papa e quelle del Vescovo di Melfi sul lavoro;
- Un commento di Marco Lodoli sulle implicazioni della riforma della scuola per gli insegnanti.

Tre notizie sul lavoro, tre notizie che manifestano una contraddizione mastodontica.

Da un lato abbiamo le dichiarazioni di un esponente del governo che si impegna a contrastare forme di lavoro inique e illegali, dall'altro abbiamo non uno, ma ben tre esempi delle conseguenze nefaste della filosofia del lavoro sostenuta dallo stesso governo!

Non è un mistero che con il Jobs Act questo governo, in linea con i due che l'hanno preceduto e con quanto sta accadendo un po' ovunque nella Ue, stia smantellando sistematicamente gran parte dei diritti conquistati dai lavoratori in decenni di lotte, facendo prevalere sempre e comunque le necessità della produzione rispetto a quelle dei lavoratori nel tragico tentativo di abbassare il costo dei prodotti comprimendo all'estremo la quota salari. Così con un colpo di penna il lavoro a tempo indeterminato è stato sostituito dal lavoro "a tutele crescenti", il che vuol dire precariato a vita per la stragrande maggioranza dei nuovi assunti e meno contributi da versare per gli imprenditori. Inoltre si sta lavorando per demolire l'istituto della contrattazione collettiva ripristinando i contratti aziendali in un bel revival del 19° secolo.

E non mancano inquietanti iniziative-spot da parte del mondo industriale, come quella di far lavorare i dipendenti di domenica o di ferragosto (magari in fabbriche i cui amministratori fino a poche settimane prima si stracciavano le vesti gridando all'imminente chiusura). Insomma tutto pur di far tornare indietro le lancette della storia ad un'epoca in cui il potere contrattuale dei dipendenti era pressoché nullo, così come le loro tutele.

Come può un governo attivamente impegnato a cancellare le principali conquiste ottenute dai lavoratori, ciecamente convinto che l'unica chiave per la crescita sia seguire il "modello tedesco" di compressione dei consumi interni e aggressione dei mercati esteri, combattere seriamente un fenomeno odioso come quello del caporalato?

Semplicemente, non può. Perchè il caporalato fa parte integrante del modello di società verso cui ci stiamo dirigendo.

Con buona pace del Papa e del vescovo di Melfi, quando si insegue con tanta tenacia il mito della produttività a discapito dei lavoratori, quando ci si accanisce con balzelli di ogni tipo sul piccolo risparmio delle famiglie, quando si incoraggia lo stanziamento in massa di potenziale manodopera disposta a lavorare per una frazione del compenso richiesto dalla manodopera residente, quando non si riesce a comprendere la differenza tra volontariato e sfruttamento, non si ha più diritto a stupirsi né tantomeno ad indignarsi se qualche criminale decide di portare alle estreme conseguenze il modello di lavoro promosso nella società riportando alla luce un fenomeno che sembrava sepolto decenni fa.