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martedì 26 settembre 2017

Elezioni in Germania: brevi considerazioni dopo i risultati


1. Il mito della perfezione tedesca da domenica va allegramente a puttane. Nella nazione che per anni ci è stata dipinta come onestissima (anche se...), operosissima (anche se...), accoglientissima (anche se...), improvvisamente oltre 1 cittadino su 10 si è svegliato intollerante, xenofobo e potenzialmente nazista. O siamo davanti ad un'epidemia che neanche "28 giorni dopo", oppure le cose non stavano esattamente come ci venivano raccontate.

2. Poor lives matter. Se opprimi una porzione del tuo popolo togliendole un lavoro sicuro, uno stipendio dignitoso e la possibilità di pianificare il proprio futuro questa, chissà perché, tende a ribellarsi. Ed è disposta a sostenere chiunque dia voce alla propria indignazione. Il giochino di demonizzare ogni forza antisistema non dura per sempre.

3. L'immigrazione di massa crea malessere. E' inutile distorcere le più improbabili statistiche per dipingere una santa immigrazione che fa bene all'economia e "ci paga le pensioni". Quaggiù, nel mondo reale, quando vedi che in pochi anni una via, un isolato, un intero quartiere della tua città inizia a somigliare più ad Abuja che a Potsdam, hai l'impressione che una parte di ciò che sei stia venendo spazzata via per sempre. Una società ha bisogno di tempo per assorbire senza traumi nelle sue fila individui provenienti da società diverse per abitudini, cultura, storia, lingua o religione. Un ingresso troppo precipitoso o troppo numeroso crea tensioni e malcontento.
Un eschimese può trasferirsi in Madagascar ed integrarsi senza problemi, mille eschimesi possono farlo in tempi ragionevolmente brevi, ma un milione di eschimesi che sbarcano tutti insieme in Madagascar creano senza dubbio un problema sociale.

4. La mutazione genetica dei partiti socialisti europei continua a portarli alla rovina. Dall'inizio del nuovo millennio abbiamo assistito allo sfracello dei partiti socialisti spagnolo (42,6% nel 2004, 22,6 nel 2016), greco (40,6% nel 2004, 6,28% nel 2015), francese (24,7% nel 2007, 7,4% nel 2017), olandese (21,2% nel 2006, 5,7% nel 2017), ungherese (40,3% nel 2006, 19,1% nel 2014), tedesco (38,5% nel 2002, 20,5 nel 2017).
Se nasci per difendere i lavoratori dal capitale e finisci col difendere il capitale dai lavoratori, questi prima o poi se ne accorgono.

5. Il sovranismo è tutt'altro che moribondo. Dopo l'esito delle elezioni in Austria, Olanda e soprattutto Francia, la narrazione mediatica voleva le forze sovraniste (populiste, nel loro gergo) sostanzialmente sconfitte. Ignorando clamorosamente il fatto che, seppure senza vincere, i partiti sovranisti si erano rafforzati ovunque in Europa, una sostanziosa parte dell'intellighenzia continentale aveva già archiviato la questione. E invece la sveglia è arrivata proprio dal cuore dell'Impero, da quella Germania che per virtù delle "riforme" fatte con scrupolo e della guida illuminata di "Mutti" Merkel doveva essere immune al virus.
Il sovranismo pone questioni reali che interessano da vicino la vita di milioni di persone. Tapparsi occhi e orecchie, blaterare di rigurgiti nazisti, xenofobie, muri, pance et similia è il modo più inutile e infantile di rispondere a questi problemi.

venerdì 24 marzo 2017

25 marzo, il triste anniversario dei Trattati di Roma


Domani Roma assisterà alla cerimonia per i 60 anni dei trattati costitutivi la Comunità Economica Europea, prima incarnazione dell'attuale Unione Europea. Quel lunedì di 60 anni fa i ministri degli esteri di Italia, Germania, Francia, Olanda, Lussemburgo e Belgio firmarono il nucleo centrale di impegni attorno a cui si sviluppò prima la Cee, poi la Ue.

Si trattava di nazioni uscite a pezzi dalla guerra, la cui influenza a livello mondiale era appena tracollata a vantaggio delle nuove superpotenze nucleari; nazioni spaventate dalla minaccia sovietica che premeva sui confini orientali e nel caso tedesco occupava direttamente mezzo stato, compresa parte della capitale Berlino.

In quel contesto, e con la benedizione americana, presero forza tra le élite delle principali nazioni europee alcune teorie sviluppatesi negli anni precedenti, come il progetto Paneuropa del conte Kalergi, il pensiero di Jean Monnet ed il Manifesto di Ventotene di Spinelli e Rossi. Si trattava di teorie che individuavano nel nazionalismo la causa prima dei conflitti che avevano dilaniato il continente e proponevano l'istituzione di un organismo sovranazionale che imponesse politiche comuni riducendo progressivamente la sovranità degli stati nazionali, per culminare in qualcosa di simile agli Usa. Alla base di tutte queste teorie, in misura più o meno evidente, c'era la necessità di ignorare o coercere la volontà popolare, vista come un intralcio rispetto al "sogno europeo".

A 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma, a 24 dalla costituzione dell'Unione Europea ed a 18 dall'introduzione dell'euro, ci si prepara ad una celebrazione che ha poco della festa e molto dell'epitaffio. I sostenitori dell'Unione non hanno argomenti seri da portare a sostegno delle loro posizioni, e sono costretti a spacciare per successi robe che con la Ue non hanno niente a che fare (come i famosi 60 anni di pace) o fenomeni completamente marginali come l'Erasmus, che interessa circa 100.000 studenti all'anno su oltre 16 milioni. Anche i più convinti unionisti ormai sono costretti a parlare di "revisione dei trattati" e "rinnovamento del progetto Ue", ammettendo indirettametne il fallimento di quello in essere.

Sul piano economico l'area euro è un disastro non solo rispetto alle nazioni con cui pretenderebbe di competere, ma anche ai paesi Ue che non hanno adottato la moneta unica; il tasso di disoccupazione è quasi al doppio sia degli Usa che di paesi considerati meno sviluppati come la Russia e la moneta unica ha fallito anche nel compito in cui si diceva sarebbe stata più forte: proteggerci dalla svalutazione.

Sul piano politico, parallelamente all'ampliamento dell'Unione, si è fatta sempre più evidente la sostanziale incompatibilità degli interessi nazionali degli stati membri. I casi della guerra contro Gheddafi, delle sanzioni alla Russia e dell'atteggiamento nei confronti dell'immigrazione sono esempi evidenti di come gli interessi di una parte dell'Unione danneggino direttamente quelli delle altre. Tanta è la distanza tra i membri dell'Unione che persino la dichiarazione ufficiale di domani sarà fortemente annacquata rispetto alle intenzioni iniziali, e si ridurrà ad un generico elenco d'intenti e belle speranze.

Perfino sul piano culturale l'Unione è assente ingiustificata, essendo stata incapace di produrre alcunché di apprezzabile se non la pigra adozione dei precetti del politicamente corretto originati oltreoceano. Per citare una recentissima intervista a Michel Houellebecq, "Oggi c’è molta meno cultura europea di quanta ce ne fosse un tempo. [...] A fine Settecento I dolori del giovane Werther elettrizzavano l’Europa intera. [Oggi] Esiste una cultura locale legata al singolo Paese e una cultura globale anglosassone".

Ma il danno più grande l'Unione lo sta provocando proprio al concetto di Europa con cui si è arbitrariamente identificata. Il tentativo di calare forzatamente in una stessa gabbia di regole e vincoli popoli senz'altro apparentati, ma comunque diversi per lingua, storia, cultura, leggi, economia, abitudini, tradizioni e religioni sta provocando rancori incrociati molto pericolosi: basta leggere le sconcertanti dichiarazioni del presidente dell'Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem (non il primo che passa, insomma) per capire quanto poco i popoli del nord si fidino di quelli del sud (amabilmente definiti "porci" qualche tempo fa), mentre tra i popoli del sud monta l'insofferenza per le rigidità insostenibili imposte dal nord. Stesso discorso si può fare tra est (il famigerato gruppo Visegrád) e ovest.

Alla luce di tutto ciò, il miglior augurio che si possa fare domani ai popoli europei è quello di lasciarsi alle spalle quanto prima questa pagina sbagliata della loro storia, per indirizzarsi su una autentica collaborazione tra stati nazionali sovrani e liberi di perseguire il proprio benessere nel rispetto della storia, delle abitudini, delle economie e delle volontà di ciascuno.

giovedì 16 marzo 2017

Elezioni in Olanda: la vittoria di PirRutte


Eccoli là.

Hanno iniziato praticamente ad urne ancora aperte, e c'è da star certi che continueranno ancora per giorni. D'altra parte dopo un grande spavento scatta un bisogno quasi fisico di festeggiare, esorcizzare il rischio scampato.

Così oggi tutto l'establishment unionista, il triste teatrino bianco-rosa che da due decenni si dà il cambio al potere per applicare all'unisono lo stesso programma antipopolare, si è sentito in dovere di manifestare la propria gioia per la sconfitta alle elezioni olandesi del terribile babau populista-nazionalista-xenofobo locale: Geert Wilders.

Eccoli qua, i nostri eroi che celebrano la vittoria delle forze del bene:
Toni da grande successo, accento calcato sulla sconfitta dell'estremismo, sulla responsabilità, sulla nuova Europa da fare (sempre in un futuro imprecisato) più aperta e libera.

C'è solo un piccolo, insignificante problema:

Geert Wilders le elezioni non le ha perse, e Mark Rutte non le ha vinte.

Rispetto alle scorse elezioni, e nonostante la solita campagna di demonizzazione mediatica che viene ripetuta sempre uguale contro ogni forza "populista", il PVV di Wilders GUADAGNA 4 o 5 seggi, mentre il VVD dell'eroico Rutte ne PERDE circa 10. Per non parlare dei suoi compagni di merende laburisti, che vengono disintegrati e passano da 38 a 9 seggi: una tendenza che si ripete identica in quasi tutta Europa, e certifica l'ingloriosa ma meritatissima fine della famiglia socialista/laburista, colpevole di aver tradito quei lavoratori che diceva di rappresentare per fare da scendiletto al peggior capitalismo.



Considerando che in Olanda vige un sistema proporzionale puro, il nostro Rutte, finito di festeggiare il suo schiacciante trionfo, dovrà armarsi di pallottoliere per cercare di mettere insieme una coalizione composta da almeno 5 partiti, ed immagino come sarà facile l'azione di governo con così tanti interessi elettorali diversi in ballo. La situazione è talmente complicata che "De Volkskrant" ha pubblicato un gioco di simulazione di maggioranza in stile puzzle.

Ma anche ammesso che il nostro riesca, quale politica intende adottare? Se continuerà nella linea dura scopiazzando le posizioni di Wilders, come fatto nell'ultima fase della campagna elettorale, i populisti avranno vinto perché vedranno riconosciute le loro istanze. Se tornerà ad una politica eurottusa, immigrazionista ed "istituzionale", il partito di Wilders potrà gonfiare le vele di elettori delusi e potrà prendersi la rivincita già tra due anni, nelle elezioni per il senato.

Al di là delle tonnellate di sciocchezze che ci diranno oggi e nei prossimi giorni, il risultato olandese non sposta di una virgola la situazione: la Ue è una costruzione nata sulla testa dei popoli europei e contro il loro legittimo diritto a governarsi autonomamente e vivere ciascuno secondo i propri usi e tradizioni.
Non è il primo caso di questo tipo nella storia e probabilmente non sarà l'ultimo, ma non potrà che condividere il destino di tutti i casi precedenti: fallire.

venerdì 16 dicembre 2016

Nasce il governo di trincea del Conte Gentiloni


Alla fine di una crisi-lampo, con una cerimonia sbrigativa ed a tratti surreale, il 12 dicembre è nato ed entrato in carica il governo del Conte Gentiloni. In teoria dovrebbe essere poco più che un segnaposto per occupare il tempo che ci divide dalle prossime elezioni, con l'unico scopo di coordinare i lavori parlamentari per l'approvazione di una nuova legge elettorale, ma il timore è che le cose non andranno affatto in questo modo.

Ci sono fondati motivi per credere che questo esecutivo rimarrà in carica fino a fine legislatura (febbraio 2018), e che in questi 14 mesi tenterà di costringere il più possibile entro binari obbligati qualsiasi governo dovesse uscire dalle future votazioni, in modo da disinnescare preventivamente qualsiasi tentazione "populista" da parte degli elettori. Dopo il clamoroso errore - nell'ottica dell'Ancien Régime 2.0 - del referendum del 4 dicembre, all'Italia non saranno più concesse distrazioni o deviazioni dal percorso stabilito.

Nella sua infinita grazia, il Régime ha tentato per alcuni anni di fare in modo che fosse il popolo italiano, sua sponte, a infilare il capo nel cappio delle tanto agognate "riforme strutturali", rendendo irreversibile l'assoggettamento all'Unione ed alla sua religione ordoliberista. Ma noi niente, testardi, abbiamo rigettato prima il tentativo tecnocratico di Monti, poi quello più guascone di Renzi.

Ora non rimane che forzare la mano ed ottenere il completo allineamento dell'Italia a colpi di (ulteriori) crisi, magari grazie alla collaborazione di un PdC di provata fede eurista e con limitate ambizioni personali - libero cioè della necessità di alimentare consenso per la propria figura - che, a seguito del deteriorarsi della situazione bancaria e magari della richiesta di Bruxelles di una manovra correttiva in primavera, si veda "costretto" a chiedere il generoso aiuto della Ue appellandosi al MES. A quel punto si entrerebbe in uno scenario di tipo greco, con le istituzioni nazionali ridotte a semplici passacarte delle decisioni euriste.

Dalla trincea in cui è stato catapultato, il Conte Gentiloni deve solo resistere quella manciata di mesi necessaria perché la situazione si comprometta abbastanza da giustificare l'intervento della cavalleria eurista. A quel punto il popolo potrà anche essere chiamato alle urne: dovesse anche vincere la più sovranista delle forze politiche, si ritroverà al governo con mani e piedi legati, priva di qualsiasi autonomia sul piano economico e di conseguenza su qualsiasi altro piano.

Scacco matto alla Nazione.

Al momento, sembra di vedere una sola variabile concreta che potrebbe far saltare questo scenario: la decisione della Corte costituzionale sui quesiti referendari relativi al Jobs Act. Se i quesiti venissero ammessi, si dovrebbe andare a votare tra aprile e giugno prossimi, e una bocciatura popolare della riforma del lavoro aprirebbe scenari completamente nuovi e al momento imprevedibili.




venerdì 7 ottobre 2016

"Volete la flessibilità sui conti pubblici? Votate populista". Ce lo chiede l'Europa.

Mais non, Piercarlò, non sc'hò più neanche un eurò!

Premessa: Personalmente, sono convinto che la "flessibilità" sui conti concessa dalla Ue sia uno strumento di controllo ancora peggiore dell'austerità. Come direbbe Chomsky la rana Italia (o Francia, o Spagna) è comunque bloccata nella pentola, e il Régime si diverte ad abbassare un po' la temperatura mentre continua comunque a bollirla. Ma visto che i massimi livelli delle nostre autorità ci dicono che è importantissimissimo chiedere, pregare, supplicare per avere la concessione di spendere questa benedetta manciata di soldi nostri, fingiamo che abbiano ragione.

Quindi l'obiettivo è ottenere la flessibilità. Impresa ardua dato che a Bruxelles sono famosi per avere braccia troppo corte per raggiungere il portafogli, ma necessaria all'esecutivo per poter distribuire qualche altro fantasioso bonus e rafforzare la campagna del "tutto va bene". Dopo intensi brainstorming, si decide di invocare la "flessibilità da emergenza" e si fa una bella lista di tutte le disgrazie che stanno affliggendo il Paese: ci si buttano dentro gli immigrati, i terremotati, le scuole da ricostruire (perchè come fai a dire di no ai bambini?), un po' di tutto insomma, e si fa in modo che le lamentazioni arrivino a Bruxelles.


Ma la notte porta consiglio, e qualche giorno dopo, lo stesso Moscovici cambia parere: "[In Italia] c’è una minaccia populista. E per questo sosteniamo gli sforzi di Renzi affinché sia un partner forte all’interno dell’Ue". (qui l'intervista originale rilasciata a Bloomberg, la domanda sull'Italia è a 10:20).

La flessibilità quindi potrebbe arrivare, ottimo... solo che non arriverà perché si ritengono fondate le richieste dell'esecutivo italiano, ma perché in Italia c'è un problema di populismo.

Se non ci fosse "una minaccia populista", l'Unione se ne fregherebbe di concedere qualsivoglia flessibilità.

Per avere la flessibilità dall'Unione, bisogna che la "minaccia populista" sia forte.

Per costringere la Ue a concedere flessibilità e un minimo di ossigeno all'economia, bisogna sostenere con ogni mezzo i partiti che la Ue considera populisti.

Più facile di così...

mercoledì 25 maggio 2016

Brexit, in un video le ragioni del "leave"

Molti di voi l'avranno già visto, ma per chi ancora non l'ha fatto e per chi vuole rinfrescarsi la memoria pubblico qui sotto il breve video "Brexit: The (animated) Movie, created by Piffle", nella versione sottotitolata in italiano da Voci dall'Estero.

Visto che da questa parte delle Alpi di Brexit si parla pochissimo, e quasi sempre in chiave apocalittica, trovo doveroso che si diffonda attraverso l'unico mezzo ancora a nostra disposizione il punto di vista tanto temuto dall'Ancien Régime unionista. Scoprirete che c'è molto più buon senso e semplice constatazione fattuale di quanto ve ne sia nel terrorismo propagandato dai vari Fmi, G7, G20 e compagnia varia:

mercoledì 30 dicembre 2015

Di Europa, morbi ed anticorpi

A poche ore dalla fine di questo 2015, 13° anno dall'introduzione nelle nostre tasche della moneta-vincolo chiamata euro, vale la pena fare alcune osservazioni sulla situazione in cui ci troviamo come italiani ed europei e sul prossimo futuro:

- L'Europa è ancora malata, e gravemente. Il morbo che l'affligge però non è la "crisi" (quello semmai è un sintomo), ma piuttosto una dottrina detta ordoliberismo, propagata da una ristretta, potente oligarchia che per molti aspetti ricorda l'Ancien Régime abbattuto durante la Rivoluzione Francese.

- Come già l'Ancien Régime, anche la nuova oligarchia si percepisce come altra rispetto al resto della popolazione, cui non riconosce alcun diritto né funzione, se non quella di servirlo. Un tempo con il lavoro nei campi, oggi con la trasformazione da "cittadini" a "consumatori-merci".

- Come già gli esponenti dell'Ancien Régime, anche quelli della nuova oligarchia si considerano essenzialmente estranei ad ogni appartenenza nazionale ed hanno anzi in odio ogni legge o pratica che ne limiti il campo d'azione entro confini precisi. Anche quando ostentano una qualche forma di patriottismo, il loro è solo un atteggiamento di maniera dovuto alla volontà di compiacere parte dell'opinione pubblica di riferimento. Ai tempi un Borbone si percepiva prima come tale e solo in seconda battuta come spagnolo, francese o italiano. Allo stesso modo ora gli euroligarchi si riconoscono più affini agli altri della propria casta che ai propri connazionali.

- Prima della Rivoluzione Francese gli Stati erano considerati poco più che proprietà del sovrano e della sua aristocrazia. Anche ora nell'ottica degli oligarchi gli Stati sono un terreno di caccia da cui trarre il maggior profitto. Ogni norma o disposizione che tuteli le popolazioni dall'aggressione contro i suoi beni o diritti è percepita come arcaica e deleteria. Gli oligarchi malsopportano le Costituzioni, i meccanismi di garanzia e le altre norme maturate nel corso delle lotte del XIX e XX secolo e premono per limitarne in ogni modo l'influenza a vantaggio di istituzioni private riconducibili alla loro influenza.

- Ai tempi dell'Ancien Régime, il ruolo della stampa fu fondamentale per diffondere in ampi strati della società - soprattutto nella borghesia, da sempre motore dei cambiamenti sociali - una nuova coscienza e con questa nuove rivendicazioni. L'aristocrazia di allora reagì con la censura ed il carcere, quella di oggi con strumenti quali lo spin ed il frame,  il controllo delle fonti più autorevoli ed il sistematico discredito delle voci fuori dal coro.

- Per finire, allora come ora il primo nemico da abbattere per assicurarsi il controllo duraturo sulla società è la piccola e media borghesia. Obiettivo che i nuovi oligarchi perseguono efficacemente tramite il velenoso incrocio di moneta unica e scardinamento delle economie tradizionali a colpi di apertura dei mercati. La progressiva scomparsa del cosiddetto ceto medio va esattamente in questa direzione.

Precarizzazione del lavoro, immigrazione biblica, erosione costante dello stato sociale, trasformazione della scuola da istituto deputato a formare individui a mero strumento di avviamento al lavoro, sostegno a tutte quelle agende che mirano all'annacquamento delle identità dei popoli e dello stesso concetto di nazione: sono tutte pratiche funzionali al disegno autoritario di questo nuovo regime, che finora ha agito pressoché indisturbato sapendo pilotare astutamente l'umore delle opinioni pubbliche.

Nessuna speranza, dunque? Non esattamente.

Mano a mano che si manifesta la vera natura liberticida dell'oligarchia che ha preso possesso dell'Europa, e si fanno più evidenti i danni per i cittadini, si manifestano in tutte le nazioni fenomeni di reazione, con forme e modi che variano in base alla storia ed alla cultura di ciascuna, come giusto che sia. Ovunque nascono e crescono movimenti cosiddetti populisti, che esprimono (a volte sinceramente, altre come meri false flag) il disagio crescente e la voglia di rivalsa di settori sempre più vasti di popolazione. 

Ciò costringe l'oligarchia a scoprire parte del suo bluff, ad esempio facendo saltare sempre più spesso il tradizionale gioco delle parti parlamentare tra destre e sinistre: in Italia un governo di sinistra è retto da una formazione che si dichiara di centrodestra, in Germania la Merkel governa assieme al centrosinistra, in Francia si è assistito al ritiro dei candidati socialisti per favorire il centrodestra di Sarkozy in funzione anti-FN, in Spagna nonostante i tentennamenti si arriverà probabilmente all'ennesima grande coalizione.

Questa soluzione d'emergenza per mettere "al riparo dal processo elettorale" il programma ordoliberista non può essere usata ad libitum: l'effetto incrociato del persistente malessere sociale e della crescente astensione provocata da troppe Grosse Koalitionen non può che finire per favorire, prima o poi, uno dei movimenti populisti.

In questo senso va letta la recente campagna ferocemente anti Front National condotta in Francia, giunta fino alle minacce di guerra civile in caso di vittoria del partito di Marine Le Pen: la vittoria di un movimento autenticamente contrario alle politiche ordoliberiste in un qualsiasi grande paese europeo sarebbe una minaccia mortale per l'intero progetto Ue.

Proprio il caso francese porta a sperare: gli anticorpi alla distruzione dall'interno dell'Europa esistono, seppur ancora fragili e confusi, e possono ancora minacciare seriamente l'oligarchia al potere. I prossimi anni probabilmente saranno segnati da una corsa contro il tempo: da un lato manovre dall'alto per svuotare sempre più di contenuto Costituzioni e funzioni democratiche, dall'altro la crescita dei movimenti che rivendicano sovranità e democrazia.

In passato l'Europa ha saputo trovare da sé, più volte, la forza di ribellarsi alle ingiustizie ed all'oppressione. E' d'obbligo sperare sappia farlo anche in questo caso.

mercoledì 5 agosto 2015

La questione greca vista dai tedeschi. Quegli altri.

Condivido di seguito la puntata del 31 marzo scorso del programma satirico tedesco "Die Anstalt", dedicata alla questione greca:


Nonostante un grave errore nell'individuare la causa dei problemi denunciati (il messaggio della trasmissione è di forte critica all'austerità, ma dimentica completamente l'€uro che ne è il padre), vale la pena comunque guardare il video per ricordare che quando parliamo di Germania, Grecia o Olanda non dobbiamo mai cadere nella trappola di prendercela con il popolo tedesco, greco o olandese.

Il gioco di fomentare rancori contrapposti tra nord Europa "virtuoso" e sud Europa "vizioso", la facile semplificazione in tedeschi avidi e greci spendaccioni, fa esattamente il gioco delle élite €uriste e fornisce alle rispettive opinioni pubbliche un comodo falso bersaglio contro cui scagliarsi. E' vero, in Germania ci sono migliaia di persone convinte di stare facendo beneficenza ai greci con il loro denaro, ma ce ne sono molte altre che sanno che le cose non stanno esattamente così. Allo stesso modo in Grecia alcuni ormai vedono un pericoloso nazista in qualsiasi turista tedesco, ma molti altri sono a conoscenza dei danni subiti dal popolo tedesco per mano dei suoi stessi governanti tramite le tanto decantate riforme.

Mentre ciarlano continuamente di unione nata per la pace e di fratellanza continentale, l'Ancien Régime che guida le sorti della Ue e il suo codazzo di agit-prop fanno di tutto per aizzare un popolo contro l'altro, poi puntano il ditino scandalizzati e dicono: "Vedete? il problema sono i nazionalismi! Ci vuole più Europa per finirla con queste liti!". Ma la loro concezione di più Europa, l'abbiamo imparato in Grecia, significa meno libertà per i popoli europei di decidere il proprio destino, un intero continente soggetto a leggi e regolamenti tagliati su misura dei grandi interessi privati e sottratto alla sovranità popolare tramite lo svuotamento sistematico delle istituzioni democratiche e delle garanzie costituzionali, l'estinzione programmata della classe piccolo-medio borghese che è storicamente motore di ogni grande sommovimento sociale.


La battaglia contro l'incubo unionista non può e non deve essere condotta sul piano orizzontale, tra le nazioni europee, ma sul piano verticale, per le nazioni europee. Solo il mutuo riconoscimento all'indipendenza ed alla specificità tra i popoli d'Europa potrà contrastare efficacemente un regime tecnocratico, apolide e attivamente impegnato nella distruzione delle identità storiche e culturali dei popoli che governa come quello dell'unione.

giovedì 9 luglio 2015

Il più grande successo dell'€uro

(ap - giannakouris)
A pochi giorni dal referendum greco, la confusione regna sovrana: i governi europei sembrano inchiodati sulle stesse posizioni della scorsa settimana, pretendendo da Atene una nuova ondata di riforme fatta di più tasse, privatizzazioni, aumento dell'età pensionabile e precarizzazione del lavoro. Le solite ricette che hanno fallito ovunque ma che vengono stolidamente riproposte come un dogma imprescindibile dagli euristi di tutto il continente. I paesi creditori, inoltre, rifiutano anche solo di parlare di taglio del debito e sembrano preferire lo scenario del Grexit alla creazione di un precedente che potrebbe essere pericoloso per i loro denari.

Dall'altra parte dell'oceano invece si tenta di tutto per evitare il Grexit, sia perchè  il crollo dell'Ue vanificherebbe il redditizio TTIP ormai alle porte, sia perché una Grecia cacciata e messa in quarantena dagli altri stati europei non potrebbe che guardare ad oriente per la propria sopravvivenza.
Magari dando alla nuova banca dei Brics concorrente dell'FMI, la NDB, l'occasione per dimostrarsi più efficace ed appetibile rispetto all'istituzione guidata dalla Lagarde sotto la regia di Washington.

Anche lo stesso governo greco, fautore del referendum, appare confuso: probabilmente Tsipras puntava ad una vittoria di misura per poter trattare condizioni leggermente più favorevoli con cui tenere a bada la sua opinione pubblica, e invece si è trovato tra le mani un bazooka politico che gli impone di non tornare se non con un accordo radicalmente più favorevole ad Atene di quelli finora in discussione. Pena una rapidissima e forse esiziale crisi di consensi.
In questo senso la prima mossa greca dopo la schiacciante vittoria dei No, la testa del ministro-simbolo Varoufakis offerta sull'altare delle trattative, sembra un modo per ammorbidire la posizione di Atene e dimostrare la volontà di trovare un compromesso.

L'Unione Europea somiglia ad una stanza in cui tutti hanno iniziato a gridare contro tutti, e nessuno sembra accorgersi dell'enorme elefante che si trova proprio nel centro: la costruzione europea per come la conosciamo è già fallita, ed era fallita prima ancora di iniziare.

Il tentativo di formare ex nihilo un'unione che cancellasse gli stati nazionali del continente non poteva avere successo, come non ha mai avuto successo in tutta la storia dell'umanità. La maggior parte degli stati multinazionali del passato è esistita solo a seguito della repressione della nazione più forte ai danni delle più deboli, oppure per imposizione di potenze straniere: è il caso, tra gli altri, dell'Impero Austro-Ungarico, della Yugoslavia, dell'Unione Sovietica e della Cecoslovacchia.

E' sempre finita male.

Anche gli stati multinazionali ancora esistenti sono continuamente alle prese con rivendicazioni di autonomia più o meno violente: Regno Unito, Belgio, Cina, Russia: ovunque prima o poi una parte della popolazione compie un percorso identitario ed inizia a lottare per decidere autonomamente del proprio futuro.

Gli ideologi ed i fautori dell'Unione Europea, a partire dal famigerato Manifesto di Ventotene, hanno pensato di poter liquidare l'esperienza degli stati nazionali d'un colpo, ignorando deliberatamente le profondissime differenze di cultura, mentalità, pensiero, abitudini, storia, persino lingua che passano tra i vari popoli d'Europa. Come se tutti questi fattori non contassero nulla. Come se l'appartenenza ad un popolo piuttosto che ad un altro fosse un mero orpello privo di significato. Secondo la loro visione del mondo, un uomo è scisso dal contesto sociale in cui vive e può essere indifferentemente aggregato ad una comunità piuttosto che ad un'altra senza che ciò provochi in lui la minima ripercussione. Esattamente ciò che accadeva prima della nascita degli Stati Nazione, quando i sudditi di un re potevano svegliarsi una mattina e scoprire di appartenere ad un altro re, senza avere alcuna voce in capitolo.
Bel progresso, non c'è che dire.

Su questa base traballante, hanno gettato l'insostenibile peso dell'euro, moneta sbagliatissima che non fa altro che drenare risorse economiche e umane dai paesi periferici verso quelli centrali, e dalle classi sociali più umili verso quelle più potenti, aggravando irreversibilmente il dislivello tra nazioni e persone all'interno di queste. Le voci che negli ultimi anni hanno espresso una critica radicale dell'euro sono numerose ed autorevoli, ma all'interno del fortino di Bruxelles si fa finta di niente e si bolla come "populista" nell'accezione deteriore del termine chiunque osi criticare l'idolo monetario unionista.

Ora sembra che alcuni nodi stiano venendo al pettine, l'edificio sballato dell'Unione trema mentre ovunque si fanno sempre più forti le voci delle varie nazioni, mano a mano che i cittadini si accorgono di essere finiti nella rete di un sistema che per esistere deve sospendere a tempo indefinito la democrazia (perché tutte le decisioni importanti vanno prese al riparo dal processo elettorale, ipse dixit) e generare crisi sempre più violente che pieghino le resistenze dei cittadini rispetto al processo in corso: “E’ chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto, visibile, conclamata. […] Abbiamo bisogno delle crisi per fare passi avanti“.

Peccato che le cose non stiano andando così, e ad ogni stretta della morsa eurista sempre più cittadini in tutta Europa stiano iniziando a rispondere riscoprendo il valore della propria identità nazionale, dell'autonomia decisionale e delle garanzie democratiche che finora gli Stati Nazionali hanno saputo garantire più e meglio di qualsiasi altra forma di governo conosciuta. In breve, i popoli d'Europa si stanno lentamente risvegliando dall'ipnosi del sogno europeo e tornano a reclamare la concretezza della propria sovranità nazionale.

Domenica sera Piazza Syntagma era affollata di greci in festa, per la maggior parte giovani (il No è stato votato dal 70% dei greci tra i 18 ed i 25 anni), moltissimi con in mano la propria bandiera nazionale:


(epa)
(afp)

Eccolo il più grande successo dell'€uro: un popolo che ha subito in pace gli stessi danni di una guerra, che si è visto negare qualsiasi pietà umana ma al contrario è stato umiliato e messo alla gogna per le difficoltà in cui si trova, scende in piazza e rivendica la propria autonomia decisionale, la libertà di tornare padrone del proprio futuro. Il sonno della Nazione greca sembra avviato alla fine, e questo è un processo che né Bruxelles, né l'Fmi, né lo stesso Tsipras potrà fermare.

lunedì 29 giugno 2015

Grecia, ultimo atto?



E così siamo arrivati al referendum.

Dopo la rottura delle trattative tra Grecia e Troika (ma non chiamatela così, per carità) per l'improvviso irrigidimento del Fondo Monetario Internazionale, Tsipras ha giocato la carta della consultazione popolare per decidere se accettare o meno il piano stabilito dai creditori.

Non si tratta di una mossa inedita: nel 2011, con una Grecia già al collasso ma in una situazione complessiva migliore della attuale, l'allora primo ministro Papandreou tentò di chiamare la popolazione al voto per decidere se rimanere o meno nell'euro. Il referendum fu poi annullato a causa delle fortissime pressioni della comunità internazionale, Papandreou dovette dimettersi e ne seguirono tre governi allineati al volere della Troika, che diedero il via alle onnipresenti riforme strutturali per risanare il bilancio, con l'unico risultato di precipitare le condizioni di vita della popolazione ad una situazione da terzo mondo, senza peraltro migliorare significativamente la condizione economica nazionale.

Stavolta il referendum si farà, ed anche se non viene esplicitamente messa in discussione la permanenza nell'eurozona, appare molto difficile che Atene possa rimanere nella moneta unica in caso di bocciatura delle proposte della Troika. Nel frattempo si è scatenato il caos nella popolazione, con relativa corsa ai bancomat per prelevare quanto più contante possibile, sostanziale blocco delle entrate fiscali e via dicendo.

In Italia, tra i più entusiasti per la decisione del governo greco c'è Grillo, che ha lodato pubblicamente Tsipras e si è detto convinto che la scelta referendaria sia la soluzione migliore per la Grecia.

Io non ne sarei così sicuro.

Intanto non capisco perché un governo eletto democraticamente da appena 6 mesi abbia bisogno di una ulteriore legittimazione. Affidarsi al volere popolare avrebbe avuto un senso in Italia, che di fatto è governata (ormai già dal 2011) da premier privi di esplicito mandato elettorale, ma non ne ha alcuno in Grecia. "Potere al popolo" è uno slogan affascinante, ma piuttosto surreale quando il popolo quel potere l'ha già esercitato una manciata di settimane fa, premiando Syriza proprio per il suo impegno a chiudere con l'austerità ed i diktat di Bruxelles.

Poi c'è da valutare il livello di consapevolezza dei greci sulla questione. Stando al World Press Freedom Index 2015, la Grecia si posiziona al 91° posto su 180 per quanto concerne la libertà di stampa, penultimo paese tra quelli dell'Unione Europea e quasi 20 posizioni sotto l'Italia. Nel commento si sottolinea come "the economic crisis has had a grave impact on pluralism in both state and privately-owned media" (la crisi economica ha avuto un grave impatto sul pluralismo sia nei media pubblici che in quelli privati). Siamo sicuri che una popolazione sottoposta ad un bombardamento informativo orientato a descrivere l'uscita dall'euro come una catastrofe irrimediabile possa esprimersi serenamente?

L'ultimo dubbio riguarda l'opportunità di ricorrere a referendum su temi così complessi. Anche ammesso che sia giusto per un governo appena eletto cercare nuova legittimazione popolare, e che il popolo in questione goda di un'informazione totalmente libera e plurale, quanta parte di questo popolo è effettivamente in grado di farsi un'opinione approfondita su un quesito così tecnico? E' verosimile che avvocati, artigiani, ingegneri, disoccupati, in una parola l'intero corpo elettorale esclusi gli economisti, riescano a comprendere il senso profondo del referendum, le varie implicazioni tecniche che comporta... in 7 giorni?

La democrazia rappresentativa non nasce forse perché gli elettori diano un indirizzo politico generale, che deve essere applicato nel concreto da persone preparate per questo? Che senso ha eleggere premier, ministri, sottosegretari, commissioni di ogni genere e tipo che a loro volta interrogano esperti, tecnici, teorici etc etc... se poi davanti alla scelta più difficile nella storia di un popolo nessuno di costoro si assume le proprie responsabilità?

Vista da qui, più che un coraggioso atto democratico la scelta di Tsipras sembra un pavido tentativo di scaricare le responsabilità di una scelta difficile su tutti i cittadini, mettendo se stesso ed il governo al riparo sia in caso di successo ("non sono io che ho voluto la rottura, è il popolo") che di fallimento del referendum ("cari greci, ecco una nuova dose di bastone. Ma tanto l'avete voluto voi...").

In ogni caso la scelta del governo greco, per quanto discutibile, è comunque un passo avanti rispetto al lento logoramento cui la Grecia è sottoposta da anni. La speranza è che i greci partecipino al referendum e dichiarino chiaro e secco il loro NO ad un sistema di gestione del potere antidemocratico, antinazionale e antipopolare.

giovedì 26 febbraio 2015

Crisi in Grecia: vince l'Unione, perde l'Europa


Alla fine, la Grecia ha capitolato.
La "rivoluzione" di Syriza si è precocemente infranta davanti al muro dell'Eurocrazia, e il dinamico duo Tsipras - Varoufakis ha dovuto rimangiarsi il 90% delle promesse elettorali che l'avevano portato al successo. Tutto per una striminzita proroga di quattro mesi (invece dei soliti sei) dei prestiti-cappio concessi dalla Troika.

L'Unione che fa capo a Bruxelles ha dimostrato una solidità granitica e non si è scostata di un millimetro rispetto alle proprie pretese, se non per qualche ridicolo ritocco estetico: sparisce la parola Troika (d'ora in poi "istituzioni") quando si parla della Troika, i termini della resa di Atene stabiliti dalla Ue vengono benevolmente mascherati da "piano di riforme" ideato dalla Grecia stessa.

Una vittoria totale, quella dell'Unione, che sancisce il principio che in tutti gli stati membri esiste una sola politica economica possibile, ed è decisa a Bruxelles. Il voto popolare non può modificare le linee tracciate dalla Ue. La sovranità democratica non vale in campo economico: qualsiasi tipo di governo i cittadini scelgano di eleggere (destra, centro o sinistra) dovrà necessariamente applicare lo stesso piano di "riforme strutturali".

E così, seppure (forse) a malavoglia, l'enfant terrible di Atene dovrà ora aumentare l'equivalente greco dell'Iva, inasprire la lotta all'evasione fiscale (in un paese dove i grandi evasori sono fuggiti già da un pezzo), spingere l'acceleratore su liberalizzazioni e privatizzazioni, aprire il mercato nazionale agli investitori esteri... le solite ricette che abbiamo visto applicare da un decennio a questa parte in Spagna, Francia, Italia, da governi di centro, sinistra, destra o di coalizione. Le stesse ricette che non possono portare ad una crescita equilibrata degli stati che le applicano, perché non hanno come obiettivo la crescita, ma un gigantesco travaso di ricchezza dal basso verso l'alto e dalle periferie dell'Unione verso il centro.

E qui si arriva alla vera sconfitta di questa vicenda: l'Europa.
Di anno in anno, di memorandum in memorandum, l'Unione sta uccidendo l'Europa, alimentando la diffidenza, il risentimento, il rancore tra i popoli che, almeno a parole, vorrebbe accomunare. Il gioco sporco che si sta conducendo sulle varie opinioni pubbliche, aizzando l'astio reciproco tra nord e sud, ovest ed est, è pericolosissimo in un continente che ha visto i popoli che lo abitano in guerra tra loro praticamente per tutta la sua storia, compreso oggi (Ucraina, anyone?). Tolte patetiche operazioni di marketing come il progetto Erasmus, l'unico volto che l'organismo tecnocratico con sede a Bruxelles è in grado di mostrare dell'Europa è quello feroce e spietato, che non solo tollera, ma esige il sacrificio dei suoi cittadini sull'altare dei propri dogmi contabili. Questa è la strada più sicura per arrivare alla distruzione dell'Unione stessa, ma anche per legare nella memoria dei popoli del continente il concetto stesso di Europa a qualcosa di nefasto, impedendo di fatto per decenni qualsiasi nuovo tentativo di avvicinamento tra le nazioni europee.

Non si può, come europei e come esseri umani, collaborare con chi ha prodotto una catastrofe simile:


venerdì 23 gennaio 2015

L'Uomo Bidimensionale




Lo spettacolo andato in scena durante la trasmissione "diMartedì" di Floris, con il confronto tra Massimo D'Alema e Marine Le Pen sui temi dell'euro e dell'Unione Europea (qui l'intera puntata), è stato un perfetto esempio della composizione delle forze in campo che già ora, ma sempre maggiormente nei prossimi anni, si affronteranno in Europa.

Da un lato i cosiddetti "populismi", ovvero i portavoce del disagio dei vari popoli che compongono la cosiddetta Unione, sempre meno felici delle condizioni economiche e del modello di società che gli viene offerto; dall'altro un variegato mondo che si può definire "europeista" e che comprende molti cattolici, liberali di vario genere e quasi tutta la fu sinistra, con rare marginali eccezioni.

Tra le altre, c'è una differenza fondamentale che separa le due forze e che le rende veramente alternative (nel senso più radicale del termine): la visione del futuro.

Il mondo "europeista" determina le politiche del presente sulla convinzione di avere la certezza di come sarà il futuro. Il loro ragionamento-tipo è: "bisogna fare questi sacrifici oggi, perché domani accadrà sicuramente questo". E' la riedizione delle antiche "Magnifiche sorti e progressive" di cui già si faceva beffa il buon Leopardi quasi 200 anni fa, un tipo di pensiero che ha molto a che fare con la religione e poco con la comprensione della realtà.

Così come il meccanismo base di quasi tutte le religioni è la gestione del presente attraverso la presunzione di conoscere il futuro (ad es. i cristiani sanno che verrà il Regno dei Cieli con il ritorno di Cristo sulla terra, e per questo predicano - oggi - un certo tipo di morale funzionale a ciò che accadrà domani), gli europeisti suppongono di conoscere a priori la società che verrà nel futuro, ed in base a questo cercano di plasmare il presente. Poco importa che la società del presente sia consenziente.

Durante l'intervista sia D'Alema che Pinotti danno più volte esempio di questa mentalità lineare: la loro prospettiva è schiacciata tra un unico possibile futuro e un ritorno al passato. Indietro non si può tornare ripetono continuamente (ed a ragione, almeno finché non sarà inventata la macchina del tempo). Ma al contempo non vedono nessun possibile "avanti" diverso da quello che hanno in mente, come se la storia dei popoli fosse costretta in un binario prestabilito. La storia come una linea piatta e immutabile, l'uomo costretto in una realtà bidimensionale.

Dall'altro lato i populisti pongono l'accento sul presente perché in gran parte (fa eccezione ad esempio il M5S che costituisce di fatto un ibrido) determinano le politiche da adottare oggi in base all'esperienza del passato. Il populismo nasce quando il confronto tra le condizioni di vita del presente e quelle del passato va a vantaggio delle seconde, quando nella società è forte la sensazione che "si stesse meglio prima". Non esiste un unico futuro possibile, perché la storia ha già dimostrato di poter prendere direzioni imprevedibili, e soprattutto è inaccettabile costringere le società a sofferenze e sacrifici solo per conformare il presente all'ideale che si ha del futuro.

Nel dibattito la posizione di D'Alema è che la meta da raggiungere sia già decisa, senza possibilità di ripensamenti: "Non si possono rimettere indietro le lancette della storia". Nessuna voce in capitolo per la volontà popolare, che deve solo adeguarsi all'inevitabile. Al contrario, Marine Le Pen insiste sulla necessità che siano i popoli, liberamente, a costruirsi il proprio futuro:  "Nostalgica delle libertà del popolo che deve decidere del suo futuro". Nessun accenno a mete inevitabili, nessun binario obbligato, nessun futuro prestabilito.

E' questa la vera natura delle forze in campo: da un lato una ideologia-religione che pretende di avere la conoscenza del futuro e fa di tutto per adattare ciò che è a ciò che (secondo lei) sarà, dall'altra il pensiero semplice di chi rivendica la libertà di poter decidere autonomamente del proprio futuro e sa per esperienza che il cammino dell'uomo non prevede mete inevitabili né condizioni immutabili: i libri di storia sono pieni di Imperi e Unioni che sarebbero dovuti durare per sempre, salvo crollare o disciogliersi uno dopo l'altro.

venerdì 2 gennaio 2015

L'Unione bifronte


E così, dal 1 gennaio la Lituania è il 19° paese della zona euro.

Naturalmente la grancassa di regime non si è fatta attendere, e sulla stampa nostrana è tutto un fiorire di "feste", "conquiste", "innamoramenti" e via dicendo, a sottolineare quanto fascino abbia ancora la moneta unica agli occhi di chi non ce l'ha.

Ma è davvero così?

Secondo Eurobarometro... no. In un sondaggio svolto tra il 4 ed il 6 settembre 2014, è emerso che:

- 4 lituani su 10 ritengono la propria nazione non pronta ad introdurre l'euro;
- il 48% degli intervistati ritiene che l'euro avrà conseguenze negative per la Lituania e solo il 44% ritiene l'opposto;
- il 45% teme ripercussioni personali negative in seguito all'adozione della moneta unica, contro un 37% fiducioso;
- il 49% è contrario all'euro, contro un 47% favorevole.

Sono risultati che non inspirano grandi "feste" né "innamoramenti", ed esprimono per lo più incertezza e timore della popolazione lituana rispetto alla moneta unica. Incertezza e timore cui la quasi totalità dell'arco politico lituano risponde con un ottuso eurottimismo, vecchio film già visto anche qui in Italia dove si favoleggiava di lavorare un giorno di meno guadagnando come se si lavorasse un giorno di più e altre castronerie simili. Abbiamo visto com'è andata a finire.

In generale, sembra che alla base dell'adesione non ci siano tanto motivi economici, quanto piuttosto il desiderio di stringere maggiormente i legami atlantici in chiave antirussa, come sottolineato dal governatore della Banca Centrale Lituana Vasiliauskas: «L’euro è uno strumento per una nostra maggiore integrazione: più vicini siamo all’Occidente, più lontani siamo dall’oriente». I rapporti tra Mosca e Vilnius infatti sono quantomai freddi, con la prima che ha esplicitamente etichettato la seconda come «terrorista» in merito alla vicenda ucraina, nonostante da Mosca dipendano ancora circa il 20% delle esportazioni lituane e la quasi totalità degli approvvigionamenti di gas.

Per quanto riguarda le aspettative economiche dei governanti lituani riguardo a questa mossa, viene riproposto il solito specchietto per le allodole che ha già fregato le opinioni pubbliche di tanti paesi: abbattimento dei tassi d'interesse dei titoli di stato, maggiore capacità di attirare capitali esteri, azzeramento dei costi di cambio. Peccato che sul lungo periodo questi apparenti benefici risultino di gran lunga inferiori ai costi, sia economici che di restrizione della sovranità, della moneta unica...

Di certo per ora, e per qualche tempo ancora, la Lituania si godrà il volto rassicurante dell'Unione Europea, coccolata ed esibita come un trofeo. Speriamo che non debba in futuro vedere l'altro volto di Bruxelles, quello che da anni ringhia sulla Grecia imponendo sacrifici sanguinosi quanto inutili.

lunedì 18 agosto 2014

Il catechismo Rai sull'Unione Europea: 1, L'Unione "nata per la pace"

Sono iniziati, con cronometrica precisione, poco prima della campagna elettorale per le Europee (ma la scusa ufficiale è che fossero stati pensati per pubblicizzare il semestre italiano di presidenza Ue). Hanno iniziato a fare capolino in tutti i canali Rai, alle ore più svariate, senza fermarsi nemmeno durante il periodo di par condicio, come se l'argomento Europa non fosse parte in causa durante le elezioni del parlamento europeo. Hanno sollevato un polverone abilmente nascosto dal mainstream ma ancora ben visibile su internet - basta cercare "spot europa rai" su un qualsiasi motore di ricerca - e continuano ad essere trasmessi anche a mesi di distanza dalle elezioni, nonostante il travolgente risultato pro-UE ormai certificato dalle urne.

Sono gli spot prodotti dalla tv di Stato nell'ambito del progetto Cantiere Europa, una serie di filmati di circa 2 minuti a metà tra il Cinegiornale Luce e i 2 minuti d'odio di 1984 che, affrontando varie tematiche del vivere comune, cercano in tutti i modi di inculcare il messaggio che l'Unione Europea ed il suo figlioccio euro sono non solo un bene, ma una necessità, senza cui vivremmo in un mondo di guerra, malattia, povertà e fame.

Una simpatica campagna terrorista in piena regola, insomma, pagata con il denaro dei contribuenti italiani (anche di quelli che di Euro e UE non vogliono più sentir parlare) ed impostata secondo gli schemi più classici della propaganda. Falsità comprese.

Tentiamo di smontare questa roba un po' per volta, ad iniziare dallo spot più surreale della serie:

L'Europa, una unione nata per la pace
Essendo spot mirati principalmente ad instillare pochi semplici concetti nel pubblico e non a fornire vera informazione, il pedale delle emozioni viene premuto a fondo già dai primi secondi, con una bella combinazione di musica angosciante e immagini immediatamente percepibili come negative.  
Il messaggio arriva forte e chiaro: l'Europa prima dell'Unione era una terra di morte e paura.

Poi, dopo 40 secondi di rovine, guerra e sciagure varie, la svolta: si passa improvvisamente ad immagini più rassicuranti, strumenti di precisione (bilance, orologi, occhiali), simboli di serietà e competenza. Arriva l'idea "straordinaria": nasce la Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (CECA). La musica inizia a prendere un tono più epico-solenne, mentre la voce fuori campo specifica subito che, a dispetto del nome marcatamente orientato verso il mondo industriale, la CECA "non nasce per ragioni economiche" ma per rendere "materialmente impossibile una nuova guerra".

Anche lo spettatore più distratto deve percepire emotivamente questo passaggio come positivo, perciò la nascita della Ceca e della successiva Cee sono sottolineate da sorrisi, folle inneggianti, applausi e una musica ormai apertamente trionfale. Mentre le immagini passano dal bianco e nero al colore, si moltiplicano i simboli positivi-rassicuranti: un campo verdeggiante al sole (prosperità), una donna incinta che si carezza la pancia (futuro), una mano che disegna palazzi su una lavagna (operosità) e ancora mamme e bambini sorridenti a vagonate. Il legame UE - pace viene spinto nell'inconscio dello spettatore con tutti i mezzi, pensando anche a neutralizzare possibili obiezioni con una falsa concessione: "Bruxelles - dice la voce fuori campo - a volte ci delude, ma [...] meglio combattere intorno a un tavolo, che su un campo di battaglia".  
Messaggio tradotto: prima di protestare contro la UE, ricordatevi che l'alternativa è la guerra, cioè la morte.

In chiusura, per rafforzare i concetti sparati fin qui nella testa dello spettatore, una bella domanda retorica che è anche un clamoroso imbroglio: "Quanti ricordano perché abbiamo voluto l'Europa?"

Intanto questo tipo di domande, tipico di un certo catechismo, non mira a creare un dialogo tra chi pone le domande e chi risponde, ma a imprimere nella memoria del secondo quanto voluto dal primo. Non si punta alla riflessione ed alla critica, ma a rafforzare degli automatismi. In questo caso non c'è una risposta esplicita come nel catechismo di Pio X, ma ce n'è una chiarissima ed implicita nei 140 secondi che precedono la domanda: "Abbiamo voluto l'Europa per la pace". Lo spettatore non deve pensare, non si vuole che pensi: deve solo tirare le somme di quanto ha visto.

Poi c'è l'imbroglio del verbo: "Abbiamo voluto". Chi? Quando? Tutti i trattati, da quello del 1951 fino a quello di Lisbona, in Italia e in gran parte dell'attuale UE sono stati sottoscritti dai governi senza interpellare la popolazione, e dove invece c'è stato un referendum, ha dato più volte esito contrario al percorso di Unione.

Per chiudere, l'imbroglio dell'oggetto in questione: "Abbiamo voluto l'Europa". No. L'Europa non si vuole. L'Europa c'è ed è un continente che va dal Portogallo alla Russia, dalla Scandinavia alla Grecia. Poi c'è l'organismo chiamato Ceca-Cee-Ue che non rappresenta tutta l'Europa, è cosa diversa dall'Europa e addirittura è in stato semiconflittuale con alcuni Stati sovrani europei (vedi la situazione Ucraina). L'identificazione tra Ue ed Europa è falsa e non ha alcun senso.
Proprio come questo spot.

Che poi, per spiegare i più di 60 anni di pace vissuti, fortunatamente, da alcuni stati della UE (perchè una buona parte di Europa ne ha vista eccome di guerra, dopo la fine della 2GM), sarebbe bastata una sola immagine:


Le stelle corrispondono, a grandi linee per motivi di grandezza dell'immagine, alle installazioni militari USA in Europa. Altro che Unione Europea! la pace del dopoguerra è dovuta alla massiccia presenza dell'esercito di una nazione extra-europea in due dei quattro paesi chiave del continente. Considerando anche l'esistenza di un organismo come la NATO, che è partecipato da diversi stati europei ma fuori dal controllo dell'Ue, si capisce come l'Unione con la pace c'entri ben poco.
Nonostante quanto afferma la propaganda-catechismo della Rai.