giovedì 9 luglio 2015

Il più grande successo dell'€uro

(ap - giannakouris)
A pochi giorni dal referendum greco, la confusione regna sovrana: i governi europei sembrano inchiodati sulle stesse posizioni della scorsa settimana, pretendendo da Atene una nuova ondata di riforme fatta di più tasse, privatizzazioni, aumento dell'età pensionabile e precarizzazione del lavoro. Le solite ricette che hanno fallito ovunque ma che vengono stolidamente riproposte come un dogma imprescindibile dagli euristi di tutto il continente. I paesi creditori, inoltre, rifiutano anche solo di parlare di taglio del debito e sembrano preferire lo scenario del Grexit alla creazione di un precedente che potrebbe essere pericoloso per i loro denari.

Dall'altra parte dell'oceano invece si tenta di tutto per evitare il Grexit, sia perchè  il crollo dell'Ue vanificherebbe il redditizio TTIP ormai alle porte, sia perché una Grecia cacciata e messa in quarantena dagli altri stati europei non potrebbe che guardare ad oriente per la propria sopravvivenza.
Magari dando alla nuova banca dei Brics concorrente dell'FMI, la NDB, l'occasione per dimostrarsi più efficace ed appetibile rispetto all'istituzione guidata dalla Lagarde sotto la regia di Washington.

Anche lo stesso governo greco, fautore del referendum, appare confuso: probabilmente Tsipras puntava ad una vittoria di misura per poter trattare condizioni leggermente più favorevoli con cui tenere a bada la sua opinione pubblica, e invece si è trovato tra le mani un bazooka politico che gli impone di non tornare se non con un accordo radicalmente più favorevole ad Atene di quelli finora in discussione. Pena una rapidissima e forse esiziale crisi di consensi.
In questo senso la prima mossa greca dopo la schiacciante vittoria dei No, la testa del ministro-simbolo Varoufakis offerta sull'altare delle trattative, sembra un modo per ammorbidire la posizione di Atene e dimostrare la volontà di trovare un compromesso.

L'Unione Europea somiglia ad una stanza in cui tutti hanno iniziato a gridare contro tutti, e nessuno sembra accorgersi dell'enorme elefante che si trova proprio nel centro: la costruzione europea per come la conosciamo è già fallita, ed era fallita prima ancora di iniziare.

Il tentativo di formare ex nihilo un'unione che cancellasse gli stati nazionali del continente non poteva avere successo, come non ha mai avuto successo in tutta la storia dell'umanità. La maggior parte degli stati multinazionali del passato è esistita solo a seguito della repressione della nazione più forte ai danni delle più deboli, oppure per imposizione di potenze straniere: è il caso, tra gli altri, dell'Impero Austro-Ungarico, della Yugoslavia, dell'Unione Sovietica e della Cecoslovacchia.

E' sempre finita male.

Anche gli stati multinazionali ancora esistenti sono continuamente alle prese con rivendicazioni di autonomia più o meno violente: Regno Unito, Belgio, Cina, Russia: ovunque prima o poi una parte della popolazione compie un percorso identitario ed inizia a lottare per decidere autonomamente del proprio futuro.

Gli ideologi ed i fautori dell'Unione Europea, a partire dal famigerato Manifesto di Ventotene, hanno pensato di poter liquidare l'esperienza degli stati nazionali d'un colpo, ignorando deliberatamente le profondissime differenze di cultura, mentalità, pensiero, abitudini, storia, persino lingua che passano tra i vari popoli d'Europa. Come se tutti questi fattori non contassero nulla. Come se l'appartenenza ad un popolo piuttosto che ad un altro fosse un mero orpello privo di significato. Secondo la loro visione del mondo, un uomo è scisso dal contesto sociale in cui vive e può essere indifferentemente aggregato ad una comunità piuttosto che ad un'altra senza che ciò provochi in lui la minima ripercussione. Esattamente ciò che accadeva prima della nascita degli Stati Nazione, quando i sudditi di un re potevano svegliarsi una mattina e scoprire di appartenere ad un altro re, senza avere alcuna voce in capitolo.
Bel progresso, non c'è che dire.

Su questa base traballante, hanno gettato l'insostenibile peso dell'euro, moneta sbagliatissima che non fa altro che drenare risorse economiche e umane dai paesi periferici verso quelli centrali, e dalle classi sociali più umili verso quelle più potenti, aggravando irreversibilmente il dislivello tra nazioni e persone all'interno di queste. Le voci che negli ultimi anni hanno espresso una critica radicale dell'euro sono numerose ed autorevoli, ma all'interno del fortino di Bruxelles si fa finta di niente e si bolla come "populista" nell'accezione deteriore del termine chiunque osi criticare l'idolo monetario unionista.

Ora sembra che alcuni nodi stiano venendo al pettine, l'edificio sballato dell'Unione trema mentre ovunque si fanno sempre più forti le voci delle varie nazioni, mano a mano che i cittadini si accorgono di essere finiti nella rete di un sistema che per esistere deve sospendere a tempo indefinito la democrazia (perché tutte le decisioni importanti vanno prese al riparo dal processo elettorale, ipse dixit) e generare crisi sempre più violente che pieghino le resistenze dei cittadini rispetto al processo in corso: “E’ chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto, visibile, conclamata. […] Abbiamo bisogno delle crisi per fare passi avanti“.

Peccato che le cose non stiano andando così, e ad ogni stretta della morsa eurista sempre più cittadini in tutta Europa stiano iniziando a rispondere riscoprendo il valore della propria identità nazionale, dell'autonomia decisionale e delle garanzie democratiche che finora gli Stati Nazionali hanno saputo garantire più e meglio di qualsiasi altra forma di governo conosciuta. In breve, i popoli d'Europa si stanno lentamente risvegliando dall'ipnosi del sogno europeo e tornano a reclamare la concretezza della propria sovranità nazionale.

Domenica sera Piazza Syntagma era affollata di greci in festa, per la maggior parte giovani (il No è stato votato dal 70% dei greci tra i 18 ed i 25 anni), moltissimi con in mano la propria bandiera nazionale:


(epa)
(afp)

Eccolo il più grande successo dell'€uro: un popolo che ha subito in pace gli stessi danni di una guerra, che si è visto negare qualsiasi pietà umana ma al contrario è stato umiliato e messo alla gogna per le difficoltà in cui si trova, scende in piazza e rivendica la propria autonomia decisionale, la libertà di tornare padrone del proprio futuro. Il sonno della Nazione greca sembra avviato alla fine, e questo è un processo che né Bruxelles, né l'Fmi, né lo stesso Tsipras potrà fermare.

lunedì 29 giugno 2015

Grecia, ultimo atto?



E così siamo arrivati al referendum.

Dopo la rottura delle trattative tra Grecia e Troika (ma non chiamatela così, per carità) per l'improvviso irrigidimento del Fondo Monetario Internazionale, Tsipras ha giocato la carta della consultazione popolare per decidere se accettare o meno il piano stabilito dai creditori.

Non si tratta di una mossa inedita: nel 2011, con una Grecia già al collasso ma in una situazione complessiva migliore della attuale, l'allora primo ministro Papandreou tentò di chiamare la popolazione al voto per decidere se rimanere o meno nell'euro. Il referendum fu poi annullato a causa delle fortissime pressioni della comunità internazionale, Papandreou dovette dimettersi e ne seguirono tre governi allineati al volere della Troika, che diedero il via alle onnipresenti riforme strutturali per risanare il bilancio, con l'unico risultato di precipitare le condizioni di vita della popolazione ad una situazione da terzo mondo, senza peraltro migliorare significativamente la condizione economica nazionale.

Stavolta il referendum si farà, ed anche se non viene esplicitamente messa in discussione la permanenza nell'eurozona, appare molto difficile che Atene possa rimanere nella moneta unica in caso di bocciatura delle proposte della Troika. Nel frattempo si è scatenato il caos nella popolazione, con relativa corsa ai bancomat per prelevare quanto più contante possibile, sostanziale blocco delle entrate fiscali e via dicendo.

In Italia, tra i più entusiasti per la decisione del governo greco c'è Grillo, che ha lodato pubblicamente Tsipras e si è detto convinto che la scelta referendaria sia la soluzione migliore per la Grecia.

Io non ne sarei così sicuro.

Intanto non capisco perché un governo eletto democraticamente da appena 6 mesi abbia bisogno di una ulteriore legittimazione. Affidarsi al volere popolare avrebbe avuto un senso in Italia, che di fatto è governata (ormai già dal 2011) da premier privi di esplicito mandato elettorale, ma non ne ha alcuno in Grecia. "Potere al popolo" è uno slogan affascinante, ma piuttosto surreale quando il popolo quel potere l'ha già esercitato una manciata di settimane fa, premiando Syriza proprio per il suo impegno a chiudere con l'austerità ed i diktat di Bruxelles.

Poi c'è da valutare il livello di consapevolezza dei greci sulla questione. Stando al World Press Freedom Index 2015, la Grecia si posiziona al 91° posto su 180 per quanto concerne la libertà di stampa, penultimo paese tra quelli dell'Unione Europea e quasi 20 posizioni sotto l'Italia. Nel commento si sottolinea come "the economic crisis has had a grave impact on pluralism in both state and privately-owned media" (la crisi economica ha avuto un grave impatto sul pluralismo sia nei media pubblici che in quelli privati). Siamo sicuri che una popolazione sottoposta ad un bombardamento informativo orientato a descrivere l'uscita dall'euro come una catastrofe irrimediabile possa esprimersi serenamente?

L'ultimo dubbio riguarda l'opportunità di ricorrere a referendum su temi così complessi. Anche ammesso che sia giusto per un governo appena eletto cercare nuova legittimazione popolare, e che il popolo in questione goda di un'informazione totalmente libera e plurale, quanta parte di questo popolo è effettivamente in grado di farsi un'opinione approfondita su un quesito così tecnico? E' verosimile che avvocati, artigiani, ingegneri, disoccupati, in una parola l'intero corpo elettorale esclusi gli economisti, riescano a comprendere il senso profondo del referendum, le varie implicazioni tecniche che comporta... in 7 giorni?

La democrazia rappresentativa non nasce forse perché gli elettori diano un indirizzo politico generale, che deve essere applicato nel concreto da persone preparate per questo? Che senso ha eleggere premier, ministri, sottosegretari, commissioni di ogni genere e tipo che a loro volta interrogano esperti, tecnici, teorici etc etc... se poi davanti alla scelta più difficile nella storia di un popolo nessuno di costoro si assume le proprie responsabilità?

Vista da qui, più che un coraggioso atto democratico la scelta di Tsipras sembra un pavido tentativo di scaricare le responsabilità di una scelta difficile su tutti i cittadini, mettendo se stesso ed il governo al riparo sia in caso di successo ("non sono io che ho voluto la rottura, è il popolo") che di fallimento del referendum ("cari greci, ecco una nuova dose di bastone. Ma tanto l'avete voluto voi...").

In ogni caso la scelta del governo greco, per quanto discutibile, è comunque un passo avanti rispetto al lento logoramento cui la Grecia è sottoposta da anni. La speranza è che i greci partecipino al referendum e dichiarino chiaro e secco il loro NO ad un sistema di gestione del potere antidemocratico, antinazionale e antipopolare.